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La colonia italiana di Natchez, una storia cominciata più di cent’anni fa, quando un barcone carico di emigranti - una decina di famiglie per lo più dell’Appennino bolognese, con pochi bagagli e tanti bambini - attraccò alle rive del grande fiume negli Stati Uniti

Il patriarca dei Verucchi, Evangelista, detto Gisto, classe 1871, figlio di Angelo e di Candida Baccolini, è nato a Vergato, probabilmente nella frazione di Tolè. Gisto fa il bracciante, ma in paese c’è ben poco lavoro, si sopravvive spigolando le castagne o raccogliendo funghi e tartufi da vendere, sempre che, naturalmente, il conte padrone dei boschi lo permetta. E allora, adesso ch’è sposato e con un figlio di 2 anni, la grande decisione, che
anche altri in paese condividono: il Brasile, a lavorare il caffè. Tra gli altri, anche la grande famiglia dei suoceri Gruppi e i cognati Vicinelli, di Montepastore.

Mica facile andare in Brasile: già scendere gli Appennini e arrivare a Bologna è un’impresa, e poi, lì alla stazione in attesa del treno, a dare spettacolo:

“…spettacolo triste di miseria nell'atrio della stazione centrale: uomini, vecchi, donne, fanciulli, ammassati in un viluppo di cenci, che il piede di qualche viaggiatore spregiudicato gratifica persino di calci. Gente che ha fame e cerca fortuna fuori dalla patria…”.

Così scriverà ancora nel 1913 il “Resto del Carlino”, e qui siamo a fine agosto del 1897. Poi Genova e il mare, che nessuno di loro probabilmente ha mai visto. Quasi un mese di navigazione fino a Santos, dove finalmente si sbarca. Ma non è finita: subito in treno per altri 500 chilometri fino all’hospedaria, il centro di smistamento degli immigrati. Quattro-cinque giorni per tirare il fiato, e poi daccapo in treno, altri 250 chilometri in direzione nord-ovest, fino a Ribeirão Vermelho, sempre in Minas Gerais (lo stato è grande…), dove li aspetta il fazendeiro, don Alvaro de Brito. E via al lavoro, tutti, anche i piccoli. Saranno esentati giusto Giovanni e Antonio. Antonio è l’ultimogenito di Raffaele Gruppi, suocero di Gisto, dunque è zio di Giuseppe, ma hanno entrambi due anni. Comunque gli zii (per Giuseppe; per Antonio sono fratelli) non mancano e c’è sempre qualcuno pronto a badarli. E che bada, più tardi, ai nuovi nati in casa Verucchi: Genoveffa (1898) e Alfredo (1900).

Brasile, clima opprimente e lavoro duro - si tratta di sostituire gli schiavi neri, da poco liberati - ma si guadagna discretamente e in prospettiva entrambe le alternative appaiono possibili: restare qui o tornare a Vergato e comprarsi un podere appena si saranno messi insieme abbastanza soldi. Ma si verifica un terzo esito, e la scelta sfugge dalle mani di Gisto. 

Succede che suo cognato, Ludovico Vicinelli, in circostanze di cui non sappiamo più niente, uccide un brasiliano. Forse un guardiano della fazenda (Ludovico è un tipo molto vivace), forse un compagno di gioco (gli piacciono le carte). Sta di fatto che il gruppo di italiani ha buoni motivi per temere ritorsioni se non vendette. Così dall’oggi al domani decidono di tornare. A dire il vero, questa motivazione del rimpatrio dei Verucchi, dei Gruppi e dei Vicinelli è poco più di una voce, sulla quale non tutti i discendenti concordano;
ma a confermarla potremmo allegare il fatto che la moglie di Gisto, Matilde, s’imbarca che mancano poche settimane al termine della sua quarta gravidanza. Sarebbe stato più logico partire un mese prima, o due mesi dopo, a nascita avvenuta. 

E invece il parto avviene durante il viaggio, mentre la nave è ormai in vista di Genova. La nave è la “Colombo”, la stessa che li ha portati in Brasile quasi 4 anni prima, e la neonata viene chiamata Colomba.

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Rieccoli tutti a Vergato. Sono tornati con un po’ di denaro, ma non abbastanza per realizzare il sogno di comperare della terra. Gisto qualcuno lo considera addirittura ricco; ma quando ti ritrovi disoccupato e devi mantenere moglie e quattro figli, i soldi finiscono presto. Un lavoro Gisto finisce per trovarlo, ma gli tocca ancora partire, stavolta da solo. Fra Italia e Svizzera sono in corso fin dal 1898 i lavori per la costruzione della galleria del Sempione e lui per qualche anno fa una vita vagabonda fatta di andate e ritorni. Finché la galleria è completata, e intanto, nel 1904, gli è nato il quinto figlio, Chiarino. Non resta che emigrare ancora, stavolta tutti insieme. I Gruppi non se la sentono di rischiare ancora, ma i Verucchi e i Vicinelli, e con loro altre famiglie, fra cui quella di Aniceto Vicinelli, fratello di Ludovico, ripartono.

In questi anni la meta degli emigranti emiliani è soprattutto il sud degli Stati Uniti, e là arrivano nel febbraio del 1905, dopo lo sbarco a New York e un lungo viaggio fino a Vicksburg, Mississippi. Il contratto che hanno firmato è promettente: viaggio gratuito, terreni fertili, una casa che li aspetta e la possibilità concreta di diventare, col tempo, coltivatori di cotone in proprio.

Ma quando arrivano a Mound (Louisiana) dove sono stati ingaggiati, si svela l’imbroglio. I terreni non sono stati bonificati e pullulano le zanzare, la casa è una specie di palafitta senza vetri alle finestre e il viaggio non era per niente gratuito: il padrone aveva semplicemente anticipato il costo del biglietto, da restituire integralmente. La paga, poi, viene erogata tramite i “tokens”, una moneta ad uso interno spendibile solo nell’emporio della piantagione, dalla quale è vietato allontanarsi prima dell’estinzione del debito. Tre anni così, peggio che in Brasile. Tre anni nei quali altri due Verucchi vengono al mondo: Candida (1907) e Raffaele
(1908).

Ma se in Brasile un evento inatteso aveva cancellato delle prospettive favorevoli, qui succede il contrario, col destino che allontana l’incubo. Sempre nel nome dell’inquieto Ludovico Vicinelli, stavolta eroe positivo, il quale, dopo aver stabilito dei contatti nel corso delle sue scappatelle dalla piantagione insieme al fratello Aniceto, come lui accanito giocatore, nel 1908 organizza una fuga notturna collettiva che porta il gruppo degli italiani a percorrere, per via di terra e poi sul fiume, 125 chilometri, fino ad approdare a St. Catherine’s Creek, presso Natchez.

Il cotoniere di Mound, piantato in asso dai suoi braccianti indebitati, però, non la prende bene e li denuncia.
Brutto guaio, la scelta potrebbe essere fra il tornare a fare gli schiavi o finire in carcere. Ma per una volta
la giustizia funziona, anche grazie all'interessamento del console italiano: l’inchiesta mette in luce le illegalità commesse dal padrone, e gli italiani sono liberi.

A Natchez la vita acquista colori più rosei. Qui lavorano sui terreni affittati loro, a condizioni oneste, da Mr. Lee Parker, e qui coltivano soprattutto delle verdure con l’impegno di tutta la famiglia, sia nei campi, sia nella vendita dei raccolti, portati al mercato cittadino con dei carretti che percorrono quotidianamente una ventina di chilometri fra andata e ritorno.

Angelo e Cecilia Verucchi, ancora troppo piccoli per dare un aiuto significativo in famiglia, raccolgono il cotone per un vicino di casa, un nero, che gli dà qualche soldo. Vita dura ma vivibile, sorretta com’è da una forte solidarietà, tale per cui se una famiglia si trova indietro nel lavoro dei campi, sa di poter contare sull'aiuto delle altre. E quando si avvicina il momento di un parto, basta chiamare la Maria Ricci di Tolè, la moglie di Giuseppe Mascagni. Non ha certo titoli accademici (è analfabeta come il marito), ma i bimbi di Natchez nascono tutti fra le sue mani.

***

verucchi cover

Guardiamoli in faccia, finalmente, questi Verucchi. L’immagine è collocabile fra il 1929 e il 1931, anno in cui morì prematuramente, dopo una lunga malattia, la moglie di Gisto, Matilde, che qui appare invecchiata e stanca. E si capisce: a parte le traversie condivise col marito, fra il 1895 e il 1916, ossia fra i 22 e i 43 anni, ha messo al mondo undici figli, gli ultimi quattro nati a Natchez: Cecilia (1910), Agostino (1911), un’altra Cecilia (1914) e Angelo (1916). Due Cecilie perché la prima è morta a 2 anni, dopo aver ingerito delle palline di naftalina. Matilde, inoltre, non ha mai smesso di provare nostalgia per la sua grande famiglia d’origine rimasta laggiù a Vergato e ogni volta che un figlio le chiede di raccontargli dell’Italia si mette a piangere. Al punto che sei anni dopo essersi insediati a Natchez, visto che gli affari di famiglia procedono abbastanza bene, Matilde comincia a progettare una visita in Italia per rìvedere i suoi sei fratelli, forse accompagnata dalla sorella Concetta, la moglie di Ludovico Vicinelli. Ma scoppia la Grande Guerra, dopo di che non se ne parla più.

Quando la foto viene scattata, Giovanni non è presente, così lo inseriscono successivamente in un angolo tramite un rozzo fotomontaggio, a scapito di Alfredo, Chiarino e Matilde, maldestramente tagliati. In molti casi il loro aspetto sembra confermare le caratteristiche attribuite loro dalle testimonianze e dalle vicende della loro vita. Angelo, qui più o meno tredicenne, ha un sorriso estroverso e malizioso. Agostino, quello costretto alle nozze a 17 anni, offre uno sguardo sensuale, da rubacuori. Raffaele, il pugile, è massiccio, quasi minaccioso. La rossa Cecilia, la più graziosa, appare ingenua, disarmata, sembra proprio quella persona buona e disponibile che si rivelerà. E con quella faccia, poteva essere solo Candida a saltare addosso come
una gatta, graffiandogli tutta la faccia, all’agente Sam Newman, quando questi venne ad arrestare Gisto, sospettato di avere in casa una piccola distilleria clandestina. Lei venne perdonata, mentre il padre finì per un po’ in carcere, perché la cifra fissata per la cauzione andava oltre le possibilità della famiglia. Poteva andargli molto peggio, a Gisto, ma le prove del reato non erano del tutto convincenti, e soprattutto ci fu l’intervento di Sam Passavanti, il sarto di Natchez, che mise in moto le sue conoscenze. Così, dopo tre giorni, Gisto tornò a casa, senza aver potuto apprezzare le banane che Angelo gli aveva portato e che erano finite nello stomaco dei carcerieri.

Di altri familiari conosciamo poche vicende e non è possibile sapere se e quanto volto e anima corrispondano: la giunonica ma già sfatta Genoveffa, già elegante e graziosa in due immagini di un decennio prima, il tormentato Chiarino, il serioso Giovanni, lo scanzonato Alfredo, e la fiorente Colomba, con quei folti capelli
che tanto piacevano a suo marito Premo Stallone. E che lei un brutto giorno si tagliò come aveva minacciato.

Era stata chiara: “La prossima volta che vai a giocare, me li taglio”.

Lui non ci aveva creduto e lei era stata di parola. Ma da quella notte Premo non giocò più. Nessuno di questi oggi è più in vita: l’ultimo ad andarsene è stato, nel 2004, il piccolo Angelo; ma la maggior parte di loro ha avuto una lunga esistenza, spesso all'insegna dell’allegria. E ancora vivi, per lo più rimasti a Natchez, sono quasi tutti i loro 31 figli. Uno dei quali, Joseph “Smokye” Frank, figlio della simpatica Cecilia, è stato un prezioso informatore nella raccolta di notizie per questa storia. Suo padre John Franchi veniva da una famiglia genovese arrivata negli Stati Uniti a metà dell’Ottocento e due suoi antenati da parte paterna, i Botto, parteciparono alla Guerra Civile dalla parte dei sudisti; “Ma loro non possedevano schiavi” – si affretta a precisare Joseph. Il quale da giovane aveva la passione dell’archeologia, che da queste parti è archeologia indiana (la città di Natchez prende nome dall'omonima tribù sterminata dai Francesi nel 1730). Poi la vita lo ha tenuto lontano da questo interesse, Joseph si è occupato di tutt'altro, ma appena in pensione, qualche anno fa, ci si è dedicato a tempo pieno: ha scritto articoli su riviste storiche locali, ha messo assieme una bella collezione di antico artigianato e - come lo si vede in una foto – fa la guida in visite turistiche ai siti archeologici dei dintorni.

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Come in Italia negli anni Sessanta ci si faceva fotografare davanti al nuovo status symbol, l’automobile, così le immagini che raffigurano Gisto - a parte quella dove lo si vede fare a pezzi il maiale - hanno sempre come sfondo la sua casa in Morgantown Road, costruita all'interno di quei 40 acri (16 ettari) di terreno che dopo anni di lavoro ha potuto acquistare.

Una grande casa a due corpi disposti in perpendicolare, con la lunga veranda rialzata dal terreno sostenuta da colonnine, i camini, le finestre della mansarda. In quella casa viene anche celebrata per alcuni anni la messa domenicale, perché la chiesa cattolica di Natchez è lontana; questo finché mr. Lee Parker, il generoso ex padrone dei Verucchi, non dona un terreno sul quale padre Patrick Hayden costruisce coi suoi soldi, per la comunità italiana, la piccola chiesa dell’Assunzione.

Nel grande spazio antistante la casa si fa musica, si balla, si beve; lì davanti Raffaele fa i suoi allenamenti di boxe, seguito da una folla di ragazzi. È quasi uno spazio pubblico dove i coetanei italiani dei giovani Verucchi hanno libero accesso. Spesso ci si era conosciuti fin dal viaggio sulla “Montevideo”, ma qui i rapporti si precisano e si creano legami più impegnativi. 

Quando viene sera, Gisto accende una lampada sulla veranda: fra un po’ arriverà Premo Stallone a corteggiare sua figlia Colomba, e lui, dalla finestra che dà proprio sulla veranda, controlla che non succeda niente di disdicevole. Qualche anno dopo Agostino metterà incinta Maria, ma il fattaccio non è accaduto certamente qui. Come gli Stallone, anche i Mascagni hanno viaggiato da Genova a New York coi Verucchi, e Genoveffa, la figlia maggiore di Gisto, sposerà Celio Mascagni. E Raffaele Verucchi sposa anche lui una Stallone, Emma, sorella di Premo. E la catena si allunga: un altro Stallone, Joseph, sposa Mary Benedettini, di Vergato, e un’altra Mascagni, Emilia, sposa il calzolaio Roberto Gamberi, anche lui di Vergato, anche lui conosciuto sulla “Montevideo”.

Il loro - ventun anni lui, diciotto lei - è il primo matrimonio celebrato nella chiesa “italiana” dell’Assunzione. È una folla di ragazzi vivaci, in perpetua compagnia e in continua baruffa, che spesso e volentieri se le danno di santa ragione, ma senza serbare rancori. Il primo dell’anno, subito dopo l’alba, sciamano rumorosi per le case della little Italy di Natchez a portare gli auguri alle famiglie, perché, come succedeva nel paese, dev'essere un maschio il primo a varcare la soglia, e ne ricevono frutta, dolci e qualche volta addirittura un dollaro d’argento.

Ida e Guelma Brown, nipoti di Aniceto Vicinelli, una quindicina d’anni fa raccolsero una lunga serie d’interviste ai vecchi ancora in vita della colonia italiana, da cui emerge un quadro di violenza istintiva, di forza divertita ma priva di conseguenze (se non, forse, quelle fisiche); una violenza forse inevitabile da parte
di chi, tentando di integrarsi in un mondo così diverso, ne subiva quotidiane frustrazioni e doveva attrezzarsi per non restarne sopraffatto. Il che spiega come l’angelica Cecilia Verucchi arrivò a prendere a pugni una ragazza che nell’autobus l’aveva chiamata “Dago” (più o meno “terrona”), ordinandole di andarsi a sedere nei posti in fondo.

Racconta Premo Stallone jr.:

“Angelo Verucchi, Henry Mascagni e Jimmy Stallone andavano spesso assieme al drive-in della signora MacMillan. Una volta che toccava pagare a lui, Jimmy non aveva un soldo. Allora Charlie ed Henry lo legarono a un albero e lo lasciarono nelle grinfie della signora MacMillan, che non voleva saperne di lasciarlo andare senza essere pagata. Non so come lo zio Jimmy riuscì a cavarsela”.

Angelo Verucchi ricorda:

“C’era una festa in casa nostra. Eravamo 8 o 9 ragazzi e una sola ragazza. Dato che io avevo portato da
bere, pensavo che la ragazza fosse per me. Ma sulla faccenda scoppiò una lite. Tutti si buttarono nella lotta. C’era anche, lì seduto, il vecchio Lee Parker, che per Gisto era come un dio in terra e davanti al quale non voleva fare brutta figura, così papà mi ruppe sulla schiena il suo bastone da passeggio. Anni dopo Julius Mascagni mi disse che mentre noi ci picchiavamo, lui se n’era andato con la ragazza. Eravamo così presi dalla lotta che non ce n’eravamo accorti”.

Ed Ernest Brown III, un discendente dei Vicinelli:

“A quella festa, in onore dei ragazzi della colonia italiana reduci dalla II Guerra Mondiale, tutti erano in divisa.
Poi scoppiò una rissa e le divise si rovinarono. In quel momento il vecchio Verucchi stava andando a casa accompagnato da mia zia Elena. Gisto voleva darle dell’insalata. Per far luce, lei tirò fuori una torcia elettrica che portava sempre nella borsa, mentre Gisto prese il suo machete e andarono nell’orto. Ma tornando, Gisto vide il figlio Angelo che cercava di entrare in casa di nascosto. Gli corse dietro impugnando il machete e si misero a inseguirsi attorno alla casa. Mio padre, che era lì, urlò: ‘Gisto, non ammazzarlo, non è stata tutta colpa sua!’ e saltò addosso al vecchio per fermarlo. Angelo vide che qualcuno aveva messo le mani addosso a suo padre, accorse in sua difesa e cominciò a picchiare mio papà. Beh, Angelo era un omone, anche per un Verucchi: Dominic Monte lo chiamava King Kong”.

***

Gisto, “the old man”, biondo e occhi azzurri (così lo descrivono, ma il passaporto parla di occhi e capelli castani…), è un uomo determinato, testardo, un padre padrone.. Non imparerà mai l’inglese (come se l’era cavata in Brasile, senza la figlia Cecilia che negli Stati Uniti gli fa da traduttrice?), non vorrà mai chiedere la cittadinanza americana e fa battezzare con nomi italiani anche i figli nati in America, a differenza di quanto
facevano spesso gli emigrati. Ci pensano poi i ragazzi, appena possono, a cambiarselo il nome, per sentirsi un po’ meno diversi. Con la loro nuova identità, a volte sembrano irriconoscibili: John Ernest, Genevieve, Raphael (ma anche Fink), Edward, Columbia, Augustine, Candinda (ma anche Candina, Condida, Condinda…:
chissà come la chiamavano in realtà i familiari!), Charles (Angelo), Mike (Chiarino). Perfino la vecchia Matilde, ogni tanto, la troviamo citata come Martha. Solo Cecilia resta quella che è, magari per compiacere il padre: per lei, solo un diminutivo informale, “Che”, che però non finisce mai nelle carte dei censimenti. E poi, naturalmente, lui, che Gisto era e Gisto rimane. In un documento d’identità del 1942 appare con capelli e baffoni imbiancati. È arrivato in America quarant’anni fa che era analfabeta come la moglie, e non ha fatto molti progressi. Firma un “Gisto” tutto storto (il nome completo Evangelista è troppo lungo), e a scrivere il cognome deve provvedere Colomba, in qualità di “witness”, testimone. La figlia mostra una grafia più sciolta, ma anche lei deve avere qualche problema, perché firma “Verucci”.

In un’altra immagine del 1948 Gisto - 74 anni - è ancora abbastanza in gamba da provvedere allo squartamento del maiale, ma quell'anno stesso viene colpito da un ictus che lo lascia mezzo paralizzato. Da allora, e per sette anni, ad assisterlo ci pensa Cecilia, che quando il padre muore sta per diventare nonna. È il 12 dicembre 1955: lo stesso giorno in cui, ventiquattro anni prima, è morta la moglie Matilde.

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Una delle foto più belle è quella che raffigura Raffaele Verucchi ed Emma Stallone nel giorno delle nozze: siamo nel 1936, lui ha 28 anni, lei un paio di meno. È una dei sette figli di Edoardo Stallone, di Montepastore, 15 chilometri da Vergato. Anche loro vengono dunque dall'Appennino bolognese, ma che differenza fra i due sposi! Lei, con un elegante vestito bianco, il cappello a cloche e i fiori tra le mani, potrebbe essere un’attrice americana sorpresa dall'obiettivo, mentre lui è chiaramente in imbarazzo, infagottato in una giacca che gli sta stretta sul massiccio torace, tanto da aver dovuto slacciarne i bottoni, le maniche troppo lunghe, i pantaloni stretti troppo in alto dalla cintura, la cravatta troppo corta, e un fiorellino all'occhiello che proprio non va d’accordo con la larga mascella da pugile.

Raffaele è pieno di nomi: come si è visto, è diventato Raphael, ma più spesso lo chiamano Fink, e infine, almeno per qualche anno, diventa famoso in tutto il Sud come “Lil [piccolo] Mussolini”. È il nome d’arte con cui sale sul ring, col quale è diventato campione - si presume dei pesi massimi - in almeno tre stati, rimanendo a lungo imbattuto e inducendo così soprattutto gli italo-americani, in primis quelli di Natchez, a scommettere sulle sue vittorie. Per un pezzo va bene, tanto che molti prendono l’abitudine di investire nell'incontro successivo i dollari vinti grazie a quello precedente. Ma all'ennesimo match, il più difficile della carriera, Raffaele perde l’imbattibilità, e i suoi sostenitori una barca di quattrini. Allora smette di combattere, e il prestigio conquistato sul ring lo mette al servizio del fratello Chiarino, il quale gestisce una stazione di servizio con bar e gioco delle bocce, dove gli italiani si ritrovano soprattutto la domenica dopo la messa. Qui le discussioni fra i giocatori sono frequenti, spesso degenerano, e Raffaele, grazie alla sua fama e al suo fisico, è incaricato di riportare la calma, con le buone o con le cattive. Ma lui stesso non è un modello di fair play. Premo Stallone jr., il figlio di Colomba, ricorda: 

“Quando zio Raffaele beveva, il che succedeva spesso, era tutto contento e si spogliava. Il giorno che tornai dal servizio militare, lo trovai seduto in salotto a petto nudo, con zio Charles che gli diceva di rimettersi la camicia, altrimenti l’avrebbe picchiato. Intanto padre Gaudet, il parroco della Sacra Famiglia, suonava tranquillamente il piano. La mamma gli chiese: ‘Cosa devo fare?’, e padre Gaudet: “Lascia che si picchino”.

Non abbiamo testimonianze in merito, o elementi conclusivi per affermarlo, ma sospettiamo che fosse lui - dopo l’indispensabile Cecilia - il figlio prediletto di Gisto e che tra i due ci fosse un rapporto speciale. Sta di fatto che uno dei suoi quattro figli Raffaele volle chiamarlo Edward Gisto (questi, fra parentesi, è morto pochi mesi fa, a 72 anni), ed Edward Gisto, a sua volta, ha battezzato Kenneth Gisto uno dei suoi tre figli. Poi la tradizione nel ricordo del capostipite si è interrotta, ma forse semplicemente perché da Kenneth sono nate solo femmine.

***

In mezzo a questo mare di fotografie (e non ci sono solo i Verucchi e i loro parenti, ma tanti altri della montagna come della bassa bolognese, e altri ancora), ne manca una sola: quella di Cecilia Verucchi. Non la Cecilia angelo custode di Gisto, ma la Cecilia morta a due anni, la prima nata dopo l’insediamento a Natchez, nel 1910. Non ha fatto in tempo a farsi fotografare. A ricordarla solo un documento, la ricevuta che mr. Allison H. Foster (“undertaker, embalmer and funeral director”) rilascia il 20 maggio di quell'anno a Gisto dopo il pagamento delle spese funebri.

È una nota particolareggiata ma gentile, a volte affettuosa, dei servizi prestati, dall'imbottitura della bara, in peluche bianco, alla copertura del tumulo, con “muschio spagnolo” grigio e fiori. Poi il trasporto. La chiesa dell’Assunzione, lì vicino a casa, non è ancora stata costruita, la cerimonia dovrà quindi celebrarsi nella grande cattedrale al centro della città, la sola chiesa cattolica di Natchez, lontana una decina di chilometri. Così ci sono da pagare tre carrozze: due per i familiari e una per Cecilia. Per un totale di 47.50 dollari, circa 560 di oggi. Per mettersi d’accordo su tutti questi particolari Gisto era in difficoltà: né lui né sua moglie parlano l’inglese e Cecilia, la loro esperta, è di là da nascere: ci ha pensato padre Patrick Hayden, parroco della cattedrale di St. Mary, quello che un anno dopo costruirà a proprie spese la chiesa della colonia italiana. Come tutti i nostri qui a Natchez, Gisto gli è molto devoto: quando l’anno prima gli è nato un figlio, il primo nome doveva essere italiano ed è stato Agostino, ma come secondo nome lo ha chiamato come lui, Hayden.

***

Charles è nipote di Celio Mascagni e Genoveffa Verucchi; dunque, Gisto è suo bisnonno. Della sua famiglia paterna, i Mascagni, non abbiamo detto quasi niente: in effetti, le testimonianze come le fotografie sono meno numerose, ma anche tra loro non mancava qualche trasgressore, come il bisnonno Giuseppe, quello partito per l’America coi Verucchi, che per anni ha gestito una lotteria clandestina. Charles vive a Baton Rouge, la capitale della Louisiana, 150 km. da Natchez, ed è un dirigente della fabbrica Coca Cola che si trova in quella città, dove vivono pure un fratello e due sorelle, mentre i due gestori del “Lil Dagos Café” stanno a Natchez. Charles è stato il più prezioso collaboratore nella raccolta di materiali per questa storia.

Molto del suo passato familiare, inevitabilmente intrecciato con quello di altre famiglie, già lo conosceva, anche grazie al mare di fotografie che tappezzano le pareti del ristorante; ma restavano diverse lacune,
alcune delle quali ora sono state colmate. Ma soprattutto, in seguito a questo lavoro collettivo, a Charles è venuto il desiderio di sapere se a Vergato, o in qualche altro paese dei dintorni, vivono dei suoi lontani parenti. Charles ha moglie e quattro figli, due dei quali frequentano ancora la scuola, una ovviamente costosa scuola privata. Ma “as soon as I can get these two last kids out of school” – ripete nella sua ultima email - intende venire a Vergato. E alla futura spedizione si sono già prenotati il fratello Paul e il cugino Kenneth, avvocato a Shreveport (Louisiana). L’operazione era già riuscita negli anni ’60 a Henry Mascagni, zio di Charles, che era arrivato sull'Appennino riuscendo a trovare qualche parente. Si vedrà. Più immediati i progetti delle due sorelle Brown, le pronipoti di Aniceto Vicinelli, che “hopefully” verranno in Italia “for a couple of weeks” nel prossimo mese di settembre. Un loro fratello dovrà poi fermarsi in Italia per lavoro a partire dall’anno prossimo, e tutti e tre, intanto, stanno prendendo contatti via email con un Maurizio Vicinelli, che si era fatto vivo per investigare su eventuali parenti americani, e che ho dirottato alla fonte statunitense. 

Insomma, gli intrecci sono molti: prima o poi qualche filo si riannoderà.


Fonte: ricerca svolta da Carlo Dogheria, 2012

 

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