Margherita Cavani: da Bologna all'Argentina, fino al Venezuela

FROM
TO
Il racconto di Margherita Cavani attraversa guerre, emigrazione e memoria familiare, testimoniando il forte legame con le proprie radici italiane.

Da bambina avevo goduto di un grande benessere che mio padre, di nobile e facoltosa famiglia, decaduta però economicamente dopo la Prima guerra mondiale, aveva saputo tuttavia conquistare esercitando a Bologna… Così comincia il romanzo La Bolognese, che narra la storia di…

Sono Margherita Cavani, nata a Bologna l'8 dicembre 1940. I miei genitori si chiamavano Maria Vettori, detta "Mamin", nata a Treviso nel 1901, e Guido Cavani, nato a Modena nel 1899.

papa cavaniMio padre, ufficiale di carriera, a diciott'anni, durante la Prima guerra mondiale (1915-1918), venne chiamato al fronte e, finita la guerra, al suo rientro conobbe mia madre, che era sfollata a Modena in una casa di proprietà dei Cavani. Si innamorarono e il 6 marzo 1923 si sposarono.

Mio padre, nel frattempo, si era laureato in ingegneria e incominciò a lavorare a Bologna. Ebbero sette figli: Luisa, detta Nini, in arte LuCa; Luigi, detto Gigi; Annagrazia, detta Bin; Bianca Maria, detta Pupa; Maria Serena, detta Sere; io, Margherita, detta Mighi; e Vittoria, detta Toti.

image3

 

Dopo la Prima guerra mondiale mio padre non continuò la carriera militare attiva, ma lavorò come ingegnere presso il Genio Civile, di cui era capo dell'ufficio. Doveva spostarsi secondo gli incarichi da seguire ma, quando scoppiò la Seconda guerra mondiale, chiese di andare in Grecia, relativamente vicino all'Italia e quindi alla famiglia, perché si sentiva, come italiano, militare e fascista, obbligato a difendere la Patria. Vi andò come capitano degli Alpini e aveva 41 anni.

Purtroppo mia madre, sapendo che, sia per l'età sia per la situazione familiare, non era obbligato ad arruolarsi, lo fece richiamare. Questo provocò una terribile sfuriata di mio padre contro di lei, che lo portò a chiedere di essere inviato in Russia, dove purtroppo, dopo una ritirata disperata e con una ferita alla gamba, fu uno dei tanti soldati e ufficiali italiani superstiti che, nel 1943, vennero catturati e internati nei campi di prigionia sovietici, i Gulag. Quindici giorni dopo mio padre morì. La notizia non ci giunse mai, perché i russi trattennero i prigionieri senza informare le famiglie.

image4

Mia madre, finita la guerra nel 1945, aspettava che mio padre rientrasse, come tutti, ma purtroppo non ritornò. Arrivò invece il suo attendente, che ci disse che mio padre e un altro ufficiale erano stati catturati, mentre loro erano riusciti a evitare la prigionia nascondendosi in una stalla.

Questo fatto è uno dei miei ricordi più vividi. Comunque mia madre, ogni anno, si recava presso l'ambasciata russa per cercare di avere informazioni, ma non ottenne mai nulla, come se si fossero dileguati nel nulla. Dopo cinque anni di attesa, l'Italia dichiarò dispersi, quindi presunti morti, tutti i militari che non erano rientrati.

Un giorno giunse una lettera dal Distretto Militare che, in sintesi, diceva che ormai non rientrava più nessuno dalla Russia e che chi non aveva fatto ritorno era da considerarsi deceduto, pur non essendoci alcuna notizia ufficiale… Si legge nel romanzo La Bufera, di mia sorella Bin.

Mia madre morì nel 1984 senza sapere cosa fosse successo a mio padre. Noi lo sapemmo soltanto quando crollò il Muro di Berlino, nel 1989.

Noi eravamo sfollati a Cicola, in provincia di Bergamo, e dopo la Liberazione ritornammo a Bologna, ma trovammo la casa occupata da varie famiglie rimaste senza abitazione. Mia madre, con uno stratagemma, riuscì a farsi aprire la porta; entrammo in casa e, poco a poco, riuscimmo a liberarla da tutti gli sfollati.

La nostra casa era una villetta all'interno di un consorzio di abitazioni che si affacciavano su un grande cortile circolare comune, in via del Cestello n. 13. La nostra era in fondo al cortile e occupava tutta la parte posteriore. Al piano terra vi erano due finestre che illuminavano lo studio di mio padre e sopra una terrazza di sedici metri. Noi vi accedevamo dal primo piano; poi, scendendo una scala a chiocciola in legno, si arrivava alla sala principale della casa, dove vi era una porta che dava sullo studio e una porta che dava su via Castiglioni.

Mia madre, oltre alla pensione di vedova di guerra e a un assegno per ogni figlio maggiorenne che studiava all'università, venne assunta, pro forma, al Genio Civile, dove aveva lavorato mio padre. Infatti vi si recava quando poteva e voleva, poiché aveva un pesante carico familiare e, per rispetto verso mio padre, non le veniva richiesto un vero impegno lavorativo.

Nel 1948 mia sorella Nini si sposò e, poco dopo, il marito ottenne un contratto con l'impresa bolognese Borsari per andare in Patagonia. Su richiesta di mia sorella, anche mia madre prese la decisione di trasferirsi in Argentina e così, il 30 aprile 1952, ci imbarcammo sulla nave Giulio Cesare e, dopo sedici giorni di navigazione, sbarcammo a Buenos Aires, dove ho trascorso i successivi ventitré anni della mia vita.

image5

A Buenos Aires vivevamo a Flores, in via Caracas 293. Ho studiato presso la Scuola Italiana Cristoforo Colombo, legalmente riconosciuta, che a quell'epoca comprendeva scuola media, liceo classico (1ª e 2ª ginnasio e tre classi di liceo) e cinque classi di liceo scientifico. Il preside, i professori di lettere e filosofia e anche la commissione per gli esami di maturità provenivano dall'Italia.

Dopo la maturità ho lavorato nella scuola mentre studiavo presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Buenos Aires; successivamente ho lavorato alla Carlo Erba come segretaria del settore Propaganda e, in seguito, come segretaria della direzione della Riv-BTB.

Nel 1964 mi sono sposata con un compagno di liceo, Pietro Palazzo, nato a Torino nel 1942, con il quale ho avuto quattro figli: Guido, Mariano, Marco e Federico. Mi hanno dato quattro nipoti: Mariana, figlia di Mariano; Juan Manuel, figlio di Guido; Miguel, figlio di Federico, tutti nati a Maracay; e Gabriel, figlio di Guido, nato a Città del Messico.

image6

Nel 1975, a causa della disastrosa situazione politica argentina, siamo emigrati in Venezuela, dove si era già trasferito mio fratello Gigi. Abbiamo vissuto prima a Caracas e, tre anni dopo, a Maracay, capoluogo dello Stato di Aragua, dove ancora oggi risiedo.

In questa città, con l'appoggio decisivo di mia sorella Bin, ho fondato nel 1996 il Comitato di Maracay della Società Dante Alighieri, stabilendo accordi di cooperazione con l'Università Bicentenaria di Aragua (1998), con la Camera di Commercio Italo-Venezuelana, capitolo Aragua (1999), e con la Casa d'Italia di Maracay (2003). Sono stata per molti anni docente e successivamente coordinatrice del Dipartimento d'Italiano della Scuola Giovanni XXIII, appartenente alla Missione Italiana fondata dai sacerdoti scalabriniani presso la Scuola e Chiesa San Carlo Borromeo, della cui storia ho scritto un libro in occasione del cinquantesimo anniversario.

Il mio lavoro e il mio impegno per la diffusione della lingua e della cultura italiana sono stati riconosciuti da numerosi enti. La Società Dante Alighieri mi ha conferito la Stella d'Oro per il lavoro svolto (2008); la Casa d'Italia mi ha consegnato la medaglia d'oro di prima classe (2016) e mi ha dedicato la Biblioteca della Casa d'Italia (2018); la città di Maracay mi ha conferito l'Ordine Luis Beltrán Prieto Figueroa (2015) e la Repubblica Italiana mi ha nominata Cavaliere nel 2004.

image8

Il mio impegno per la nostra comunità è stato sempre continuo. Nel 1997 ho svolto il ruolo di consigliere del COMITES e, nel 2011, insieme a mio figlio Mariano, abbiamo fondato l'Associazione Emiliano-Romagnola dello Stato Aragua, grazie anche alla scrittrice Marisa Vannini, già presidente dell'Associazione Emiliano-Romagnola di Caracas, sotto il mandato della presidente della Consulta Silvia Bartolini. Mariano continua ancora oggi questo lavoro, dopo essere stato consultore nel periodo 2014-2018 sotto la presidenza di Gianluigi Molinari.

image9

Nel 2017 mia nipote Mariana, che oggi vive negli Stati Uniti, ha potuto partecipare alla riunione continentale della Consulta degli Emiliano-Romagnoli nel mondo e riallacciarsi alle proprie radici insieme a tanti giovani di seconda e terza generazione della diaspora della nostra regione, che continua ad allargarsi perché nel 2026 avremo un piccolissimo corregionale, Enzo Mariano, a Orlando, in Florida.

image10

Mi sento orgogliosa di essere nata a Bologna e che, dopo 85 anni, sono riuscita a trasmettere questo amore anche ai miei figli, ai miei nipoti e, sicuramente, ai miei bisnipoti sparsi oggi per tutto il mondo.

Chiudo con una mia poesia, scritta in occasione della Festa dell'Uva che si svolge presso la Casa d'Italia di Maracay ogni ottobre, dove rendo onore alla cucina italiana, patrimonio dell'umanità:

Di Bologna, la regione,
rappresento in singolar tenzone.
Come cuoca e non guerriera
io mi batto questa sera.
Sparo nidi e tortellini,
con fagioli e maialini
contro chi, or ve lo dico:
la Campania è il principal nemico.
Con orgoglio ci sbandiera
babà e giardiniera;
segue a ruota la Sicilia,
che mezzo menù si piglia:
con scaccie e scacciata
e coniglio alla stimperata.
Poi andiamo in Lombardia
col tiramisù, oh mamma mia!
La Sardegna ci presenta
papazzini e formaggelle,
ne vedremo delle belle!
Mentre il Veneto, pacato,
ci dà baccalà mantecato.
Il Molise i cavatelli.
La Calabria funghi e piselli,
e l'Abruzzo canterino:
maccheroni alla chitarra e buon vino.
Il Venezuela, da vera eroina,
scende in lizza con ensalada de gallina.
La Toscana, invece, dà
primizie di frutta a volontà.
La lotta, come gusterebbe, sarà a colpi di coltello,
senza però arrivare a usare il manganello.
Vincerà fra tutte la migliore,
senza pena, con molto onore,
per aver combattuto in allegria
una guerra di gastronomia.

Margerita Cavani

TESTIMONIANZE E PERSONAGGI