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Dal cielo stellato di Ravenna alla luce di Parigi: storia di viaggi tra il Portogallo, l’Italia, la Spagna e la Francia 

Quando sono nata, nell’ospedale della mia amatissima Ravenna, l’unica bambina che pareva voler far sentire i propri strilli nella stanza dei neonati ero proprio io, una certa Serena che di tranquillo sembrava non aver proprio niente. Fin da subito, forse, gli spazi chiusi e costretti mi davano un senso di occlusione ed è per questo che è stato meglio portarmi subito a casa sulla costa ravennate per farmi respirare un po’ di aria di mare e farmi ritrovare un po’ di pace. D’altronde, quel profumo marittimo e la quiete dei lidi hanno da sempre fatto parte di me e, tutt’ora che sono lontana da casa e dal mio litorale, ne sento una forte nostalgia. Provengo da una famiglia Salentina con un nonno pescatore e un papà finanziere di mare che di onde ne hanno dovute cavalcare parecchie durante la loro vita ed io, come loro, ho tentato di non essere da meno cogliendo le prime opportunità e seguendo il moto delle ondate di novità.

A 18 anni e un giorno dopo aver superato la tanto agognata maturità, ho riempito la mia valigia della saggezza che ero convinta di aver acquisito grazie all’esame finale del mio caro Liceo Linguistico, e sono partita per la paradisiaca isola di Madeira chiedendomi per quale motivo i miei genitori fossero così inquieti all’idea della mia partenza per un impiego stagionale in Portogallo. Oggi, dopo i miei 5 traslochi e 3 cambi di nazione, mi do una risposta a questa domanda e mi dico che mamma e papà sapevano che, per una come me, il mondo fuori sarebbe sempre e comunque stato più interessante e stimolante, motivo per il quale, lasciarmi andar via per la prima volta avrebbe implicato lasciarmi andar via per un bel po’ di tempo e sapermi lontana da casa. Da quell’isola dalla pista d’atterraggio tanto ostile effettivamente non volevo più partire e i 4 mesi vissuti nel villaggio turistico in cui ho lavorato per una compagnia di animazione francese, fra escursioni in catamarano, passeggiate fra le montagne e immersioni, sono passati così in fretta da farmi dimenticare che, ad ottobre, avrei dovuto superare il test d’ammissione all’università che aspettavo da tempo. Come si può ben immaginare, sono stata richiamata a rapporto in Italia da mia mamma che si aspettava per lo meno che cominciassi l’università e, nonostante il rancore iniziale che le ho portato per avermi spinto a rimpatriare, oggi la ringrazio perché grazie al suo richiamo al “mondo reale” e non lasciandomi fra la visione di una vita fatta di canzoncine e balletti estivi tra famiglie e bambini felici in vacanza, ho potuto (non senza ostacoli e difficoltà) recuperare il sogno di iscrivermi e frequentare la Facoltà di Mediazione Linguistica Interculturale di Forlì recuperando un po’ l’identità che sentivo di aver perso a Madeira come giovanissima italiana in Portogallo fra colleghi più grandi francesi che non faceva altro che esprimersi in spagnolo con gli isolani locali.

Nonostante le vele ripiegate in terra romagnola, mamma sapeva che il periodo di tregua dai miei spostamenti non sarebbe durato ancora a lungo e, di fatto, nel 2018 eccomi di nuovo pronta a ripartire per un’altra esperienza. Questa volta si trattava di un progetto ancora più allettante del primo perché mi sarei trasferita per studi nel sud della Spagna come studentessa Erasmus. Ero risultata vincitrice del bando sia per la città di Valencia che per quella di Sevilla, ma la mia testa e il mio cuore mi hanno condotto rapidamente verso il capoluogo andaluso che sarebbe poi diventato il primo posto per il quale ho deciso di lasciarmi un tatuaggio ben stampato sulla pelle, come se avessi mai potuto dimenticare. No me ha dejado (nomadejao direbbero i sevillani) ed è questo che è successo per davvero quando al settimo mese ho dovuto lasciare di nuovo una terra che mi ha reso felice e soddisfatta e che ha ricucito strane coincidenze con dei miei fatti personali della vita. Questa famosa madeja (la matassa) che porto tatuata sul polso interno rappresenta il lemma di una città rimasta fedele alla caduta in disgrazia del re Alfonso X Il Saggio, nonché istitutore della “Scuola di traduttori” estesa anche a Siviglia. Mi sono resa conto che non si trattava più solo di trasmissione di messaggi da una lingua all’altra e che l’interculturalità necessitava un maggiore studio ed approfondimento per me, ed eccomi dunque di nuovo fuori casa con una laurea triennale di cui andavo particolarmente fiera nella valigia e tanta voglia di cominciare un nuovo percorso accademico lontano dalla mia amata Romagna che, per quanto generosa, mi aveva fatto sudare abbastanza l’iscrizione alla SSLMIT Forlivese (la scuola di interpreti e traduttori) e l’ottenimento del primo titolo universitario.

Da buona studente fuori sede, nel 2019 approdo nella graziosa ed indisciplinata città di Padova che mi accoglie in un intimo e simpatico appartamento alle porte della stazione condiviso con altri 3 coinquilini. Una magistrale in Lingue Moderne per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale sembrava la scelta migliore per salvaguardare il mio amore incondizionato verso le lingue straniere ed aprirmi al contempo una finestra più grande verso il mondo in termini di sviluppo e integrazione. Tra una pedalata e l’altra dopo i classici aperitivi post esami nelle spaziose ed invitanti piazze venete, il Covid sbarazza in un battibaleno i nostri tavolini apparecchiati con gli economici calici di spritz e mi forza a tornare indietro, a casa. Un anno duro, che non mi ha però punito totalmente lanciandomi un salvagente con la scritta “Parigi” segnata bella grande sulla ciambella. A quel punto, è stato abbastanza facile per me accettare il posto vinto al secondo bando di concorso Erasmus+ a cui mi ero candidata dato che, di alternative ne vedevo ben poche. Nonostante quest’evidenza che io vedevo profilarsi in maniera del tutto naturale, le persone che mi circondavano non esitavano invece a sbavare in qualsiasi modo i contorni della mia nuvoletta da sogno a forma di Tour Eiffel che si disegnava automaticamente nella mia testa.

“Ma che ci vai a fare a Parigi durante la pandemia?”;  “Tanto per te ogni occasione é bella e buona per partire, basta che non stai a casa e ti andrebbe bene tutto”; “Vai via con la scusa di studiare sapendo che sarà tutto chiuso e le lezioni te le puoi comunque seguire da casa”; “Un Erasmus durante il Covid io non l’ho mai visto: sarà solo un dispendio di soldi”.

Tanti commenti, tanti giudizi e tanti dubbi che si accumulavano dentro di me come se non fossi già abbastanza spaventata dal percorso che avevo deciso di intraprendere e dalle classiche paure che ogni expat vive.

Eppure… eppure anche in questa occasione, tutte queste ansie le ho ripiegate nelle due tasche delle mie valigione da stiva e non mi sono fatta sopraffare dall’ansia che si accumulava piano piano, giorno dopo giorno.

Mio padre, quel brav’uomo, per l’ennesima volta si è caricato queste responsabilità assieme a me e mi ha accompagnato in questo ennesimo viaggio che, a differenza degli altri, sapevamo sarebbe stato diverso. Ricordo quel baretto caratteristico del 19esimo arrondissement di Parigi, vicino alla residenza universitaria che mi era stata assegnata come alloggio, in cui mio padre mi ha salutato e lasciato trasmettendomi, con mia madre al telefono, tutto il supporto che due genitori possono dare alla loro figlia nonostante l’apprensione provata all’idea di non averla vicino per un lungo periodo. La mamma e papà avevano ragione: quell’Erasmus mi ha cambiato la vita fino ad adesso. E non è soltanto perché Parigi è diventata la città dalla quale sto scrivendo tutt’ora, ma perché rappresenta per me il posto del presente benché sia stato anche un passato prossimo e nonostante riesca a vedere anche un futuro a lungo termine. Io sono letteralmente stata assorbita dalla bellezza nascosta in ogni angolo di una capitale già osannata per il suo romanticismo e la sua luce. Ho percepito libertà in tempo di coprifuoco, ho avuto stimoli quando la demotivazione assaliva la maggior parte degli studenti costretti dietro uno schermo, ho conosciuto un primo e carismatico amore ed ho costruito delle amicizie che credo non si dissolveranno mai. Certo, 22 anni, euforia, Erasmus e metropoli sembrano la classica combo perfetta per un resoconto del tutto positivo, eppure posso confermare che non per tutti è stato così, specialmente durante un periodo storico così drammatico. Ho visto tanti compagni tornare indietro e anche a me lo sconforto e la tristezza non hanno esitato ad arrivare, ma credo che sia proprio qui la chiave che un migrante usa per aprire la porta della propria felicità: resistere. La resilienza e l’adattabilità hanno caratterizzato le mie esperienze di viaggio e tutt’ora sto tentando di affinare queste due tecniche ogni volta che sono stanca e demotivata dalla lontananza da casa. Quello per Parigi è stato per me un “amour fou” che all’epoca restava “flou” come disegnato sul braccio ed ecco perché, data la sfocatura, ho pensato fosse meglio definire questo sentimento a casa mia.

Come volevasi dimostrare, l’anno del rimpatrio in Italia è stato davvero chiarificatore: ho cercato di impossessarmi di ogni pezzettino che casa mia, la Romagna, potesse darmi per incorporare la sintonia delle emozioni che si provano quando si è nella propria comfort zone nel mosaico della mia vita che sto componendo tutt’ora, tra famiglia e amici di sempre.

Una volta raccolte queste tessere del mio mosaico (da buona ravennate) sono ripartita per la Francia, tra le Alpi questa volta, ed ho salutato il mio amato mare alla volta delle montagne. Dopo aver vinto il concorso di assistentato di lingua italiana per l’Accademia di Grenoble, ho vissuto un anno in questa simpatica cittadina in cui riuscivo perfettamente a far coincidere lavoro a scuola e pace interiore. Natura, sport ed irocanimente, tanta voglia di tornare allo stress della capitale, questa volta non così lontana da raggiungere. Per tutto l’anno credo di aver avuto il chiodo fisso di poter tornare a Parigi nonostante trovassi mille ragioni per non traslocare di nuovo: il lavoro, la casa, lo spostamento, i prezzi, la stanchezza, l’imbarazzo di rifare marcia indietro e la paura di dover affrontare un ennesimo cambiamento. Difficoltà già conosciute d’altronde e che non mi avevano mai impedito di fare tutto ciò che volevo, per cui perché frenarmi anche stavolta?

Smantellato il mio monolocale, ho cercato di inscatolare un altro anno francese portandolo con me nella capitale che oggi mi fa star bene e che mi sta dando la possibilità di mettere le basi sulle quali costruire un futuro che mi renda fiera di tutti questi spostamenti.

Oggi ho un lavoro che mi piace, che mi fa sentire utile e che, chissà, magari mi permetterà di aprire un domani un’associazione tutta mia per poter aiutare le persone straniere, un po’ come me.

Questa è la storia di un viaggio che non prende mai fine e che continua ad essere realizzabile grazie al supporto della mia famiglia e dei miei genitori che, nonostante le paure e la difficoltà nel comprendere le mie scelte, mi hanno sempre permesso di essere completamente libera e di fare ciò che più volevo smettendo di cercare di capire le ragioni di questo mio continuo essere in mutamento. Mia mamma mi ha sempre detto che in fondo i figli non sono dei genitori ma che appartengono al mondo ed eccomi dunque qui, una cittadina del mondo, un’europea ma, soprattutto, un’orgogliosa romagnola ravennate dal cuore giallorosso.


Fonte: racconto inviato da Serena per MIGRER

 

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VIDEO | Dossier - 18a puntata, 18 dicembre 2023

La 18esima puntata di DOSSIER, dal titolo “La nuova emigrazione in Europa. Parola ai protagonisti!” è andata in onda il 18 dicembre 2023 alle ore 18.00 (IT).

Nonostante la nostra Regione sia in qualche modo “locomotiva” del sistema economico nazionale, dal 2006 al 2022 l’emigrazione regionale, in particolare quella dei giovani con un titolo di studio, è aumentata del 148.9%, a fronte di un dato nazionale che si attesta intorno al 91%. La mobilità dei nostri giovani è un fenomeno molto più complesso e multi sfaccettato rispetto a come spesso viene trattato. Perché si decide di andare a studiare e vivere all’estero? Che cosa significa essere un expat e poter contare solo sulle proprie forze? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi del vivere, lavorare e formare una famiglia all’estero? I nostri giovani desiderano rientrare? A quali condizioni?  

Queste sono solo alcuni degli aspetti che abbiamo approfondito durante la Conferenza d'Area Europa della Consulta, tenutasi a Berlino il 24 e 25 novembre durante la quale abbiamo invitato 4 giovani testimoni di questo fenomeno, con percorsi migratori, professionali e personali molto diversi: ci piacerebbe raccontare anche alla Comunità di emiliano-romagnoli nel mondo e al pubblico di DossiER le loro storie, per comprendere insieme le ragioni e le possibili soluzioni di un fenomeno in continuo aumento.   

Ne abbiamo parlato con:  

  • Chiara Isola - Ingegnera, da Piacenza alla Norvegia
  • Giulia De Vita - Community Manager, da Bologna al Portogallo
  • Serena De Perto – Mediatrice Sociale, da Ravenna alla Francia
  • Giacomo Carli - Data Scientist, da Comacchio al Regno Unito

Ha partecipato all’incontro: Marco Fabbri - Presidente Consulta ER nel mondo.

L’incontro è stato moderato da: Gianfranco Coda -Consulta ER nel mondo.    

TESTIMONIANZE E PERSONAGGI