I Gelatieri della Valceno, la loro storia e la loro emigrazione

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Dalla Valtaro e Valceno intere famiglie sono emigrate alla volta di Inghilterra e Galles esportando l'arte gelatiera


Bardi

L’attività dei gelatai di Bardi è legata indissolubilmente all'avventura migratoria iniziata in Gran Bretagna sul finire del 19° secolo. Seconda rispetto al mestiere dei musicisti ambulanti, i veri pionieri, la produzione e la vendita di gelati all'estero fu il trampolino di lancio per il primo gelataio attivo a Bardi. Ed è ancora in terra di emigrazione che si sono costituite ditte prospere ancora oggi, dalla piccola azienda familiare alla grande industria.

In Galles, regione di maggior emigrazione dei bardigiani, troviamo una presenza di gelatai che per numero e successo supera grandemente, fatto prevedibile, quella in patria. Dalla produzione alla distribuzione, il gelato - settore della multiforme attività dei caffè di Rabaiotti, Bracchi, Berni, Sidoli, Conti, Moruzzi, Fulgoni, Antoniazzi, Viazzani, e altri ancora – era un compito affidato sempre più spesso ai numerosi ragazzi arrivati dall'Italia che imparavano dai loro datori di lavoro a girare con pazienza ed energia latte zucchero e uova con una grossa spatola.

Un lavoro fatto all'alba che proseguiva nella vendita all'aperto con carretti spinti a mano, con il cavallo o su due ruote. l conduttori dei carretti italiani, battezzati con il nome “Antonio” dal motivetto canticchiato loro ironicamente dei coetanei gallesi “Oh, Antonio, ice-cream boy!”, erano spesso sottoposti anche a scherzi pesanti: i contenitori svuotati dalla merce, il carretto spinto lontano o il contenuto sporcato dallo sterco dei cavalli.

C'era anche chi lavorava in famiglia. Nel libro “Sotto il pino del Pavone" (M. Caffagnini, Parma, 2004), Tony Viazzani, nato nel 1925, rievocava i suoi inizi lavorativi gallesi in famiglia a Merthyr Tydfil:

"Cominciai quando avevo dieci anni. Tornando da scuola trovavo il carretto con il gelato che mio padre mi aveva preparato. Quattordici ore di lavoro al giorno, compresa la domenica, e l'unico scampolo di libertà solo quando morì re Giorgio V. Quando ebbi quindici anni i miei mi presero un carretto con il cavallo e mi sembrò di guidare una Rolls Royce”.

A volte, i nuovi arrivati dall'Italia erano parenti dei pionieri che, crescendo, desideravano mettersi in proprio per creare nuove attività. Andrea, classe 1891, primo rappresentante di un ramo degli Antoniazzi di Costageminiana a emigrare, a 13 anni era già ad Aberystwyth. Spinse in seguito ad emigrare i suoi fratelli rimasti in Italia e in pochi anni, dal carretto del gelato arrivò a quattro cafè in città e due fuori, a marchio “Antoniazzi and sons". Tra i figli c'è Luigi, nato nel 1919 a Bardi dove vive attualmente, che segui le orme del padre emigrando a nove anni e, compiuti i tredici, trasportava il famoso carretto dei gelati. Diventò poi titolare di uno dei locali del padre, che ristrutturò e chiamò Penguin Cafè. Il fratello di Andrea, Giacomo, classe 1883, che conobbe l'esperienza della vendita di gelato con il carretto, dopo un primo periodo di collaborazione con Andrea, se ne andò per aprire una nuova attività con i suoi familiari.

L'avvento dei frigoriferi e dei macchinari elettrici aveva dato una svolta alla produzione di gelato, rallentata solamente durante la guerra per il razionamento delle materie prime. Nuovi laboratori sorsero a Cardiff, Abcrdare, Neath, Ebbw Vale.

A Ebbw Vale l'iniziativa fu di Ben Sidoli di Caprile, che aveva fatto fortuna. Provenienti anche loro da Caprile, i fratelli Domenico e Tranquillo Sidoli, emigrati tra la fine dell'800 e l'inizio del ‘900, iniziarono a Shrewsbury, nel Galles del sud, la stessa attività. Poi Domenico si trasferì a Newcastle under Lime, dove rimase vent'anni, e fondò la nota "Globe ice”, che incrementò con l'importazione di macchinari dall'Italia, comprese le macchine per l'espresso. Rimasto a Shrewsbury, Tranquillo fondò un'azienda produttrice di gelati al cui sviluppo collaborò il figlio Domenico. Portata avanti con successo dai nipoti del fondatore, premiato più volte per la qualità del suo prodotto, l'azienda produce oggi col marchio D. Sidoli and sons of Shrewsbury nuove linee dolciarie e i gelati delle origini. Un altro figlio di Tranquillo, Renato, lasciato il Galles aveva aperto a Dublino, in Irlanda, il ristorante Unicorn.

Un'emigrazione recente è quella di Alfredo Fecci, classe 1927, titolare della Fecci’s AWard Ice Cream, che lascio Raffi di Bardi nel 1954 e dopo alcuni anni di lavoro dipendente acquisto un locale. In seguito, per distribuire il gelato nelle campagne si dotò di una “Ice Cream Van” targata “289 VMV Fecci’s Ice Cream”, dotata di una sirena che richiamava soprattutto i bambini.

“Facevamo il gelato in casa. Il mio giorno più famoso è stata una domenica in cui ho venduto 17 galloni di gelato.”

Alfredo Fecci ha ricevuto 7 Ice Cream Award per la qualità del suo prodotto.

Anche entrando nel “Conti's cafe" di Lampeter, nel Cardiganshire, sì è testimoni del grande numero di “awards” da Galles, Inghilterra, Scozia e Irlanda ricevuti dalla ditta per la qualità del gelato prodotto: le pareti ne sono tappezzate. Ancora oggi, dal 1936, il negozio produce “homemade dairy icecream', come recita la vetrina, continuando il lavoro di Attilio Conti, originario di Porelli di Credarola, arrivato in Galles nel 1908 a lavorare per i Bracchi. Attilio tornò in Italia per andare al fronte durante la prima guerra mondiale, così come il cognato Giuseppe Conti che nel 1910 aveva raggiunto Aberystwyth dove faceva l'“ice cream boy” per la famiglia Tanzi. Entrambi tornarono poi in Galles. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, come tanti connazionali, Giuseppe fu arrestato nel suo caffè di Treharris e mori prematuramente nel 1940 nel siluramento dell'Arandora Star.

Invece, Attilio, dopo la guerra si mise in proprio e in diverse cittadine aprì dodici locali. L'ultimo rimasto è quello di Lampeter, nel quale dal 1948 lavora il figlio Angelo, detto Lino, oggi settantasettenne, con la moglie Daphne. Un “cafè” che ha mantenuto le caratteristiche e l'atmosfera dei “temperance bar” italiani e che l'anno prossimo compie settant’anni.

(LAURA CAFFAGNINI) | (Fonte: leggi tutto l'articolo su Valcenostoria.it)


Setterone

La magia del gelato di Setterone. Come una favola che esce dai boschi dell'Appennino. Come un libro che nel tempo a poco a poco incontra i suoi personaggi. E non è una leggenda. È la storia di un piccolo paese, Setterone, a una manciata di minuti da Bedonia, ai piedi del monte Penna. Dove nasce il fiume Taro.

È la storia di decine di famiglie, che a partire dalla seconda metà del 1800 lasciarono le radici per trovare fortuna in Inghilterra, sparsi qua e là in un Paese del quale non si conosceva la lingua e nemmeno le tradizioni. Gente che partì con un fagotto, per lo più a piedi, con tante speranze, coraggio e nostalgia. Di padre in figlio e così per più generazioni. Ecco perché oggi sono ancora lì, quei figli dei figli, non più a trainare i cavalli, ma in stimate fabbriche di gelato.

Setterone, un paese dove i soprannomi sono importanti, dal momento che tutti o quasi sulla carta fanno Manfredi. E Giuseppe lo chiamano «Frate», Settantacinque anni e gli occhi di un ragazzino:

«Sono nato a Setterone, allora c'erano 70 famiglie e due negozi, che vendevano pane, sale e tabacco. La prima volta che sono andato in Inghilterra avevo tre mesi. Tra Manchester Liverpool, con papà Giuseppe e la mamma Giovanna. Il papà era già da tempo in Inghilterra, dal 1904. E ogni due anni i miei genitori tornavano a casa. Il gelato si faceva a mano: solo vaniglia, farina, latte, zucchero. Si mescolava dentro una vasca di rame e intorno c'era il ghiaccio. Una specie di botte di legno che tutti ricordavano come friza. E tra il legno e il rame c'era il giaccio e il sale. Si mescolava in continuazione e poi si prendeva con la paletta».

Sandro Molinari, discendente di una famiglia di gelatai, ma oggi ferroviere, spiega:

«La sera prima si faceva bollire il latte con una percentuale di vaniglia e zucchero. Il tutto veniva mescolato molto bene perché non facesse grumi. Si passava attraverso un setaccio e poi in vari recipienti a raffreddare. Al mattino era così pronto. Si metteva dentro alla friza e si circondava di ghiaccio cl sale, in questo modo si produceva una reazione che permetteva la formazione del gelato: il latte cresceva in continuazione.

Giuseppe andava in giro col carretto a braccio e una campana, «E chiamavo Ice cream». Ma non era il solo:

«Erano tante famiglie che lo facevano - ricorda Antonio Manfredi, detto Virgilio -. Praticamente tutta la gente di Setterone progressivamente emigrò in Inghilterra a fare il gelato. Nel nostro piccolo paese non c'era nessuna risorsa per poter lavorare. Non c'era da guadagnare. lo stesso prima sono andato in Francia e poi in Inghilterra, Si alloggiava in famiglie e si imparava a fare e a vendere il gelato».

Virgilio è partito all'età di 21 anni. Stanco di fare il mulattiere, nel 1955 ha preso il treno e arrivò fino a Parigi. Ha fatto il manovale e il muratore. Poi ha raggiunto gli zii in Inghilterra:

«A Cester mi fecero il contratto. Ma poi saltò e così dovetti occuparmi di giardinaggio. E feci il gelataio come secondo lavoro. Mi comprai un'auto e alle cinque del pomeriggio dopo aver terminato il mio lavoro da giardiniere andavo a vendere il gelato fino alle 11 di sera».

Virgilio con l'aiuto dello zio aveva trovato casa, «pagandola a rate, naturalmente». La solidarietà non solo fra parenti è il colore di questa storia, della gente di Setterone, come ricorda Sandro Molinari:

«Accadeva anche questo. Che tanti giovani di Setterone si appoggiavano alle vecchie famiglie che già vivevano in Inghilterra per evitare il servizio militare. Queste famiglie facevano un contratto a questi giovani, che poi si trasferivano in terra inglese stabilmente. Proprio come Luigi Federici. Andavano nelle contrade, nei vicoli per vendere il gelato».

«La mia storia è molto simile a quella di Virgilio». Giuseppe Manfredi, 74 anni e detto Cadenin è commosso: «Nell'Ottocento mio nonno Domenico è andato a piedi in Inghilterra per fare il gelataio. Ha camminato tre mesi ed è partito solo con un fagotto. Si fermava ogni tanto, appena incontrava una famiglia ospitale, dove poter lavorare per brevi periodi, guadagnarsi il pane e così ripartire per il suo viaggio».

Cadenin molto tempo dopo ha seguito i passi del nonno Domenico e della mamma Maria Angela, che andava in giro col cavallo per vendere il gelato.

«E per spendere meno e risparmiare dieci lire, si andava a prendere il ghiaccio nei laghi. Perché altrimenti costava troppo. C'è anche chi è caduto dentro a un lago: era gennaio e c'era freddo, ma fortunatamente non era tanto profondo».

Frate ha una buona memoria:

«C'è chi non aveva neppure le seggiole per sedersi. Così si accontentavano degli scatoloni. Quella dei nostri papà e delle nostre mamme è stata una vita dura».

Gli stessi figli di Frate oggi lavorano in Inghilterra come gelatai, «in fabbrichette, dove il lavoro è cambiato molto. Oggi ci sono le macchine. I miei figli vendono il gelato a ditte piccole e a negozi. Abbiamo vinto anche la coppa d'argento per il nostro gelato, perché ogni anno si organizza un concorso nazionale».

Fra gli italiani, poi, si era diffusa una voce. Più che uno slogan una battuta, tanto per tirare un po' su il morale: «Ice cream, chi lo mangia si rovina, perché è solo acqua e farina», un modo simpatico per prendere in giro gli inglesi, proprio sotto i loro occhi: «Chi l'avrebbe capita lì la nostra lingua».

Sì perché non c'era soltanto solidarietà. Ma anche qualche invidia. E qui Virgilio comincia a raccontare:

«Se eri invidiato dagli altri gelatai, allora arrivavano dispetti. E quando parcheggiavi il camioncino in un luogo preciso, c'era quello che ti anticipava e ti rubava tutti i clienti. Il primo che passava ne prendeva di più, il secondo un po' meno».

Addirittura, i gelatai in Inghilterra hanno dovuto fare battaglie, per vincere, per farsi rispettare. Un sorpasso dietro l'altro e magari alla fine volavano i pugni. Tutto per la conquista del territorio.

Ma quali erano le regole del mestiere? La pulizia, ingredienti buoni, trattar bene i clienti e la generosità. Ecco perché i gelati Manfredi hanno vinto la scommessa. Certamente non semplice. Per anni lontani da casa, ma con il cuore a Setterone, quando per il 13 dicembre il giorno di Santa Lucia e della sagra, si tornava nel piccolo paese ai piedi del Groppo e del monte Penna. Proprio come Antonio, il padre di Sandro Molinari faceva il gelato nelle sagre delle frazioni di Bedonia.

Anche Antonio voleva trasferirsi in Inghilterra, poi rimase a Setterone, ma la passione di «famiglia» non si è mai spenta. Così come era viva nel cuore di Angelo Molinari:

«Mio papà Angelo - conclude Donato Molinari, titolare dell'Hotel San Marco di Bedonia - lasciò l'Italia il 26 giugno 1959. Praticamente eravamo l'ultima famiglia di Setterone ad emigrare. Aveva già un punto di riferimento: i mici fratelli Antonio e Luisa. A quel tempo nessuno della famiglia aveva a che fare col gelato. Ma dopo anni di fabbrica, Antonio cominciò ad interessarsi a un'azienda di gelati, che venne così acquistata: un'azienda piccolina che diventò grande. Oggi funziona in maniera molto diversa: da tre furgoni a tanti punti vendita e a 25 furgoni in giro a vendere il gelato. Non posso dimenticare quando siamo partiti tutti per l'Inghilterra: eravamo in sei con le valigie in una Fiat 1100. Ero convinto che non saremmo mai arrivati alla stazione ferroviaria di Borgotaro. Bruno l'autista, da Ponte Strambo non cambiò mai la prima marcia per tutto il tragitto».

(MARA VAROLI) | (Fonte: leggi tutto l'articolo su Valcenostoria.it)

 

 

 

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