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Tra esilio ed emigrazione: la coraggiosa vita di un'anarchica bolognese in Uruguay

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"Ho nel cuore, Bologna, il tuo sorriso

di quando il sol riposa

sui muri rossi delle case antiche,

o sfavilla indeciso

sulla neve recente e vaporosa,

vergine spuma sulle strade amiche"

Gennaio 1929: una ragazza di vent’anni scrive questi versi in rima da un infimo alberghetto di Parigi, preda della nostalgia della città in cui ha studiato, si è laureata e dalla quale il padre Luigi Fabbri, esponente di primo piano del movimento anarchico, ha dovuto andarsene per essersi rifiutato, come insegnante, di giurare fedeltà al Re e al Duce.

Come il padre, anche Luce Fabbri ha posto la sua vita sotto il segno malinconico dell’esilio. Un amico anarchico l’aiuta a varcare la frontiera in treno grazie a un passaporto falso che la identifica come sua moglie. Così Luce si ricongiunge al padre e alla madre lasciando un fratello in Italia, ma nel marzo 1929 anche Parigi non è più sicura per la famiglia Fabbri. Luigi, che vi aveva fondato e diretto il quindicinale “La Lotta Umana”, è espulso insieme ai redattori: i gendarmi li accompagnano alla frontiera col Belgio minacciando di arrestarli se non l’avessero varcata. Riunita la famiglia a Bruxelles, Luigi Fabbri, stanco di vivere sotto l’incubo di un decreto di espulsione, prende la decisione di imbarcarsi al porto di Anversa con destinazione Montevideo. L’Uruguay era l’unico paese che accoglieva emigrati senza documenti, clandestini, come loro.

Aiutati all’arrivo da amici e raggiunti di lì a poco da altri anarchici, tra i quali il reggiano Torquato Gobbi, i Fabbri conoscono subito le pene dell’esilio, come la povertà. All’inizio sono ospiti in casa di un compagno all’estrema periferia della città, verso la campagna. Per Luce è di nuovo nostalgia: nella poesia Neve di Primavera paragona Bologna e la città di approdo. «Montevideo, son belle le tue rose / che cadendo m’invitano a sognare» - scrive - «ma il mio cuore restò sotto la neve /gelida, che fa i semi germogliare». Dunque è Bologna, il ricordo della neve «sotto il grigio cielo» d’Emilia che si fa struggente. E se Bologna rimane la «città del sogno», se all’ombra dei suoi portici Luce Fabbri – come scrive nel poema L’Esilio – ha trovato gli affetti, la fantasia e «l’amore santo della libertà», Montevideo è il porto che l’ha accolta a braccia aperte, è la «terra degli incontri, / cerulea terra della nostra attesa». Nel 1932 Luce pubblica con l’editore Orsini Bertani il volume di poesia I Canti dell’Attesa. Orsini Bertani, la cui famiglia è originaria di Cavriago (Reggio Emilia), è l’editore de La Pluma, la più importante rivista culturale nell’Uruguay degli anni Trenta. Anarchico a Parigi, fuggì a Buenos Aires e quindi nel 1902 a Montevideo, dove aprì, oltre alla casa editrice, due librerie e un cinema. Da Buenos Aires si recava spesso a trovarlo il nipote Piero Ugo Fontana, in arte Hugo del Carril, che sarebbe diventato attore, sceneggiatore, regista di cinema e famosissimo cantante di tango, secondo solo a Gardel. Altro luogo di ritrovo per i fuorusciti italiani era la libreria in Calle Soriano gestita da Torquato Gobbi (morto suicida nel 1963 per debiti), l’unica ad offrire testi in italiano.

Nonostante la solidarietà dei numerosi compagni e la forza che ancora conservava l’anarchismo in America Latina in quegli anni, i Fabbri soffrono di pressanti problemi economici. Luigi fonda la rivista antifascista Studi Sociali, i cui primi otto numeri sono pubblicati a Buenos Aires appoggiandosi alle strutture del quotidiano La Protesta. Ma il colpo di Stato in Argentina del settembre 1930 spazza via il quotidiano, e Luigi Fabbri, per fare uscire la rivista, può contare solo sul suo stipendio di maestro presso la Scuola Italiana. Presto perde anche quello perché le società italiane di Montevideo stanno aderendo al fascismo e il colpo di Stato di Gabriele Terra nel marzo 1933 instaura un regime illiberale mettendo fine al clima di tolleranza politica di cui godeva l’Uruguay anche dopo la svolta autoritaria della vicina Argentina. Proprio in quel mese Luce, che già aiutava la famiglia dando lezioni private di italiano e greco, vince il concorso pubblico che le consente di insegnare storia in un liceo. D’ora in avanti sarà lei il principale sostegno economico della famiglia perché il padre Luigi, già provato da disturbi di salute e dalla morte del carissimo maestro d’anarchia Errico Malatesta nel luglio 1932, si arrabatta come può vendendo libri. Si ripresenta per lui anche l’incubo dell’espulsione dal Paese, che per fortuna non si verifica. Tra tutte queste difficoltà, Studi Sociali continua a uscire, e uscirà anche dopo la morte di Luigi avvenuta nel giugno 1935. La rivista anarchica più importante dell’intero Sudamerica, giunta al numero 40, passa nelle mani di Luce, che la dirigerà con qualche interruzione per altri undici anni, fino al 1946, mantenendo così vivo il pensiero dell’amato padre.

Tra il 1936 e il ’39 Luce appoggia con i suoi scritti gli anarchici spagnoli impegnati sul duplice fronte della rivoluzione e dell’antifascismo, e diventa un nome nel panorama del movimento libertario internazionale. Nel 1946, finita la guerra, si reca a Rio de Janeiro a trovare Nello Garavini e la moglie Emma Neri, una coppia di anarchici di Castelbolognese che gestisce la libreria Minha Livraria. Nello Garavini, prima di espatriare in Brasile nel 1926, frequentava la casa di  Luigi Fabbri a Bologna. I Garavini nel 1947 torneranno definitivamente in Italia e anche per Luce, caduto il fascismo, s’impone la grande scelta: tornare o restare? Luce, che nel 1933 si era sposata con un muratore anarchico di origini friulane, ha una figlia di nazionalità uruguaiana, è in cattive condizioni di salute (nella proprietà dei Garavini in Amazzonia ha rischiato di morire di malaria), ha un lavoro che nell’Italia povera del dopoguerra farebbe fatica ad ottenere, diventando così un peso per il movimento libertario: per tutti questi motivi, decide di restare in Uruguay, e di passare dallo stato di esiliata a quello di emigrata.

Nel 1949 Luce corona un sogno: ottiene la cattedra di Letteratura italiana all’Università di Montevideo, che conserverà fino alla pensione nel 1991. Continua a scrivere su libertà, anarchia, utopia, socialismo e rivoluzione, ma nel tempo la riflessione politica lascia sempre più spazio ai saggi di storia e di critica letteraria. Comincia una sorta di esilio interiore, non più giustificato dalla persecuzione politica, ma da una scelta precisa di dislocamento, di spiazzamento. La linea di fuga, ora, prende la direzione della sua biblioteca. Questa scelta si accentua negli anni Settanta, quando per l’ennesima volta, con l’ascesa al potere dei militari in Uruguay nel 1973, i suoi ideali di libertà sbattono contro il muro della dittatura. Nel 1971 Luce pubblica il volume La poesìa de Leopardi, riconoscendo nel poeta di Recanati quella “desolazione metafisica” che ne fa un precursore dell’esistenzialismo, e che lei sente particolarmente vicina. La morte del marito, quella imminente della madre (nel 1972) e la sconfitta della sinistra e dei movimenti anarchici la spingono a condividere con Leopardi il pessimismo cosmico, «il senso intuitivo e profondo della caducità di tutte le cose», l’impotenza dell’uomo di fronte al male e al dolore. Tuttavia, Luce sente ancora – ed è questo il messaggio de "La Ginestra" leopardiana – che contro il dolore e il destino gli uomini devono unirsi, devono farsi comunità solidale e costruire la loro libertà. Per questo, nel periodo finale della sua esistenza si dedica alla ricostruzione della vita e del pensiero politico del padre Luigi, della sua idea anarchica del mondo. Il libro "Luigi Fabbri. Storia di un uomo libero", pubblicato in Italia nel 1996, termina con questo affettuoso ricordo:

"M’avvicino ai novant’anni e penso a lui come se io fossi ancora l’adolescente che, ad ogni vento freddo, nelle nostre passeggiate, egli copriva ansiosamente con la sua giacca, per proteggerla dalla minaccia sempre incombente della bronchite. Quell'amore era infinito e non era solo per me. Sentivo che il suo calmo ragionamento, la sua dignità di ribelle, la sua volontà rivoluzionaria avevano le loro radici in quell'amore che era per tutti".

Per Luigi Fabbri l’anarchia era "la rivoluzione dell’amore e non dell’odio".

La giovane italiana di cultura libertaria, fattasi nonna e bisnonna, vecchina dalla voce flebile e dalla chioma bianca, ha attraversato quasi per intero il Novecento. Riceveva i numerosi visitatori nello studio stracolmo di libri della sua modesta casa di Montevideo, e sempre ricordava come fosse ieri il giorno in cui, a cinque anni, Errico Malatesta le portò in regalo il meccano da Londra e giocò con lei. La decana dell’anarchismo, sempre libera e curiosa, imparò a usare Internet a novant’anni. E’ morta che ne aveva 92, il 19 agosto 2000, e queste sono le ultime righe che ha scritto:

"Nel cielo e nella terra sta il futuro,

L’ormai prossimo futuro

in cui io morirò.

Rendetelo luminoso tu e gli altri,

non lasciate che io muoia tra le tenebre

rannicchiata sotto l’orizzonte".


Fonte: Materiale prodotto all'interno del progetto culturale "Casa della memoria dell'emigrazione dell'Emilia-Romagna" promosso dalla Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo e realizzato in seguito alla richiesta dei giovani corregionali nella Conferenza di Buenos Aires del 2007.

Audio

Ascolta il racconto della vita di Luce Fabbri su Radio Emilia-Romagna. Programma "Paesaggio dell'anima". A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

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