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Intervista a Mario Spallicci, figlio del noto poeta dialettale Aldo Spallicci, la voce della Romagna, di Amauri Arfelli, Consultore della Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo

Mario Spallicci, figlio del noto poeta dialettale Aldo Spallicci, la voce della Romagna, é nato nel 1919 a Forlì, ed è emigrato con la moglie Irene in Brasile nel 1948.

Mario Spallicci e sua moglie D. Irene Spallicci aprono le porte di un piccolo laboratorio il 3 giugno 1969 nel quartiere di Santo Amaro, a San Paolo (SP). Un sogno in comune: prendersi cura delle persone. Nasce così una storia di successo che dura da più di 50 anni.

Il laboratório Apsen Farmaceutico, in questi più di cinquant'anni, ha lanciato prodotti, ampliato il suo parco industriale, aumentato la forza lavoro, vinto numerosi premi, conquistato il mercato farmaceutico ed è cresciuto, in modo solido e costante.

Apsen è presente nelle principali aree terapeutiche: Neurologia, Psichiatria, Otorinolaringoiatria, Urologia, Ginecologia, Reumatologia, Ortopedica, Gastroenterologia, Geriatria, Endocrinologia, Angiologia e cresce ogni giorno nell'area degli Integratori Alimentari. Il laboratorio voluto da Mario e sua moglie è diventato una delle grandi aziende del mercato farmaceutico e ora si prepara a raggiungere livelli ancora più alti, e senza rinunciare a quella che è la sua essenza: la preoccupazione per migliorare la vita delle persone!

Mi pare che anche questo era lo scopo del medico, repubblicano e poeta Aldo Spallici, nato nel 1886 a Santa Croce di Bertinoro, in provincia di Forlì.

Merita delle righe sul questo bravo repubblicano idealista.

Le collaborazioni a riviste forlivesi e l’interesse al canto corale – cui voleva ridare vita accostando alle canzoni tradizionali nuove canzoni d’autore (celebre l’incipit di A gramadora, “Bëla burdëla fresca campagnola”) – mostrano già il carattere dell’anima di Spallicci: accanto al poeta, il divulgatore della cultura regionale, sia di quella popolare che di quella colta.

Nel 1908 Aldo Spallicci pubblica la prima raccolta di versi in dialetto, Rumâgna. Il 1911 è l’anno del matrimonio con Maria Martinez, della nascita della primogenita Ada e della fondazione del quindicinale “Il Plaustro”, che dirigerà fino al 1914.

 L’anno successivo arrivano la laurea in Medicina, il lavoro a Ferrara e la partecipazione alla campagna di Grecia. Con La cavêia dagli anëll (1912) comincia a manifestarsi uno dei filoni chiave della sua poesia, il tema georgico-naturalistico.

Tra il 1912 e il 1913 è medico a Lugo, a Cervia e a Ravenna, finché, nel 1914, interventista di stampo democratico-mazziniano, parte volontario per Nizza nella Compagnia Mazzini. Medico volontario nel corso della 1ª Guerra Mondiale, diviene padre per altre due volte (Anna nasce nel 1915, Mario nel 1919) e continua a pubblicare (La zarladora è del 1918). Nel 1920 fonda La Piê, rivista che sarà interrotta dal regime fascista nel 1933 e rifondata solo nel 1946.

Dopo la caduta del fascismo si trasferisce a Milano Marittima, continuando la sua esistenza in prima linea, nella Resistenza prima, nella nuova Italia democratica e repubblicana poi: viene infatti eletto deputato alla Costituente nel 1946 e senatore (carica che ricopre dal 1948 al 1958) sempre nelle file del Partito Repubblicano. Continua l’attività culturale e poetica, fondando nel 1945 La voce di Romagna.

Il suo impegno intellettuale tornerà ancora più forte quando il poeta si stabilirà, libero dagli impegni parlamentari, alla Buscarola, villetta nel cuore della pineta di Cervia.

La moglie Maria muore nel 1967, la seconda figlia, Anna, nel 1972. Aldo Spallicci si trasferisce nello stesso anno a Premilcuore, dove si spegne il 14 marzo del 1973.

E il figlio Mario di cui parleremo, anche, se emigrato in Brasile, ha continuato a a seguire le vicende dell’Italia e della Romagna, anche con prove intellettuali e poetiche. Rapporti strettissimi e nostalgici con la terra di origine.

Il mio primo contatto con Mario Spallicci

Nel, 2006, ricevetti una chiamata telefonica al mio studio alla Procura di Itu. Una persona, probabilmente il badante, mi diceva che c’era un signore che voleva parlarmi. Non avevo mai sentito parlare di Aldo oppure Mario Spallicci.

Mi sono accorto dalle voce, si trattava di una persona anziana che cominciai a dirmi che imaginava fosse l'único forlivese nella regione di San Paolo. Ha voluto parlare il dialetto, però non ero in grado di capirlo. Mi raccontò che seppe, tramite la stampa di Forlì, sul mio libro Fare l’America, o sonho de uma família forlivese. Disse addirittura che un’amico di Forlì, non so come, gli ha fatto arrivare il mio libro dall’Italia.

Dopo quel primo contatto, abbiamo scambiato delle mail.

Combinazione ha voluto che il figlio di Mario Spallicci, cui nome era Aldo, come il nonno, era ricoverato nella stessa clinica dove si è recato mio suocero.

Ho fatto delle visite a Mario Spallicci, una persona molto colta, che mia ha fatto vedere dove aveva messo mio libro nella sua ricca biblioteca di tanti volumi, soprattutto della cultura e tradizione romagnola, molto ben curata e organizzata.In quel período lui 88 anni aveva una brillante lucidità. È morto il 3 novembre 2010 (93 anni), dopo 5 mesi della scomparsa della moglie Irene.

In occasione di uno di questi incontri, ho fatto l’intervista in seguito, che è stata inserita nella rubrica Lo Sguardo Altrove, Storie d’Emigrazione nº 58 – della Radio Emilia-Romagna il 03 maggio 2007.

1. Quando e dove é nato?

Io nacqui il 29 giugno del 1919 in via Regnoli, antica Contrada Grande, dove nacquero pure le mie due sorelle, Anna e Ada, in una casina mi pare al numero 39 che c’è tutt’ora. Di li la famiglia si trasferì in via Maroncelli, Palazzo Guarini.

2. Ci racconti un po’ della sua infanzia in Romagna e del periodo in cui suo padre é stato costretto a spostarsi a Milano ?

Con 6 anni d’ età cominciai a frequentare le scuole elementari a Palazzo Ordelaffi, con la maestra Teresa Garzanti, sorella di Aldo che divenne poi il noto editore molto amico del babbo. Di quel periodo della mia infanzia forlivese, ricordo gli schiamazzi notturno della canea fascista sotto le finestre delle nostre stanze che gridavano: Con la barba di Spallicci faremo spazzolini e puliremo le scarpe di Benito Mussolini....

Quando mio padre decise di abbandonare Forlì per le angherie sofferte e recarsi a Milano, lasciò a noi tre figli un bigliettino del 2 ottobre 1926, in cui si raccomandava di dare appoggio alla nostra mamma. Questo scritto lo misi in un quadretto, perfettamente chiaro leggibile per l’inchiostro allora in uso.

3. Quando ha deciso e cominciato a studiare medicina?

Superato l'esame di maturità classica nel 1937 scelsi medicina non per una particolare inclinazione ma più per una tradizione familiare: mio padre, mio nonno

paterno erano medici, mio nonno, marchigiano di Filottrano, medico nella campagna bertinorese, medico condotto, oggi si direbbe medico di base, abbandonati alla loro sorte senza appoggio alcuno.

Grazie ad una speciale dedizione agli studi diventai un alunno, modestia a parte, tra i migliori del mio corso che terminai con un 110 e lode all’esame di laurea.

4. Ci racconti qualcosa della sua partecipazione alla Resistenza e della sua prigione nel 1943. É rimasto in prigione con suo padre?

Sul finire del 42 e durante i primi mesi del 43 svolsi un ´intensa attività clandestina nelle file del Partito d´Azione, attività che culminò nell'arresto, alla vigilia dell´esame di laurea, con passaggi per varie carceri . Questo nel maggio del '43. Il colpo di stato del 25 luglio mi restituì la libertà. Ero prigioniero politico nelle carceri delle Murate a Firenze dove era concentrato un nucleo del partito d’azione. Mio padre venne arrestato a Cervia nel giugno del 43 e tradotto alle carceri di San Vittore a Milano dove nel mese di luglio fu liberato.

Mia sorella Anna faceva la spola tra le due carceri portando conforto e alimenti al fratello e al padre. Di qui la poesia Anna rudanena molto cara al mio cuore. Trascorsi i 45 giorni badogliani mi integrai nel CLN di Cervia, rappresentando il partito repubblicano. A Cervia la famiglia Spallici si rifugiò nella primavera del 43 per sfuggire dai bombardamenti alleati su Milano, ingrossando la famigli degli sfollati .

5. Aldo Spallici, scrittore, medico, senatore della Repubblica, ma che padre era nella vita privata?

La Famiglia Spallicci, padre, madre e i tre figli, era coesa, unita durante il ventennio fascista nel rispetto e nell´amore dei figli per padre e madre. Figli che condividevano gli ideali politici dei genitori e che, per quel poco che potevano, davano testimonianza negli studi e nella loro vita personale e comunitaria della loro fede antifascista e dell’agnosticismo nel campo religioso.

6. Che rapporto aveva suo padre con la terra di Romagna?

Costretto a lasciare Forlì dal fascismo, mio padre si considerava un esule a Milano, sognando sempre la sua Romagna. Per quanto questa sensazione di “emigrato” percorra tutta la sua poesia, ricordo quella Turnè, andè vì murì che fu anche la mia preferita per esprimere la doja de paes che è fondamentale nella poesia di Spallicci

7. Suo padre è stato una delle figure di spicco della cultura romagnola del Novecento, che eredità culturale le ha lasciato?

Data la grande differenza tra padre e figlio, io sono definito un mediocre in tutte le dimensioni, é difficile rispondere a questa domanda giacché io non ho avuto in dono nessuna eredità paterna da quando me ne andai dalla Romagna, esule volontario per nessun nobile motivo. Qualche tentativo abortito di scribacchino “in fieri”, questa l´ eredità misera e sola.

8. Che rapporto ha con la poesia di suo padre?

Nella mia biblioteca ci sono vari scaffali con le poesie del babbo, come quelle dei 4 volumi dell’Opera Omnia. Io sono particolarmente affezionato ai due volumi della Cassa di Risparmio di Forlì che sono un po’ il mio pane quotidiano di riflessione, di preghiera, di memoria quasi un libro sacro, anzi come della Scrittura, fitto di segnalibri, di postille, di richiami. Io rivivo il mio passato lontano, accompagno il mio presente e rifletto sul mio futuro oramai così povero di giorni .

9. Considerata la vasta produzione letteraria, saggistica, poetica, medica e politica, cosa si ricorda con maggiore affetto?

É sulla poesia e particolarmente su quella che riflette la vena malinconica del babbo, non così accentuata come la mia, che il ricordo paterna si fa più intenso, affettuoso. Vedi A Mario scritto dalla prigione di San Vittore a Milano a quella delle Murate di Firenze a me, nella succitata Turnê, andé ví, murí

10. Quando è emigrato e perché?

Mia moglie é un’italo brasiliana, nata a San Paolo (quartiere del Bexiga), più italiana che brasiliana, tra di noi, prima della sua malattia, parlavamo solo in italiano. Mi parlava del Brasile “terra del futuro” così come descriveva Stefan Zweig nel’ 42 (ancor oggi lo è ..). Suo padre, mio suocero, che aveva interessi commerciali e, un po’ meno, industriali, mi incentivò a fare il gran salto, di cui mi pentì nei primi mesi tanta era la nostalgia per il mio paese a cui ritornai dopo pochi mesi, ma con la nascita del mio secondo figlio qui a San Paolo, gradativamente mi ambientai.

11. Cosa ha fatto in Brasile?

Con la mia esperienza di medico e una improvvisazione di industriale diedi origine ad una industria farmaceutica che fra alterne fortune è oggi un laboratorio di medie proporzioni, rispettato e stimato, diretto da uno dei miei figli, Renato.

12. Suo padre ha scritto diverse poesie sul sangiovese, che rapporto ha con i prodotti della terra di Romagna ?

Non solo sul Sangiovese, ma anche sull’ Albana, Trebbiano, Cagnina e Pagadebiti, ha scritto poesie il babbo per quanto il sangiovese rappresenti il “santo” tipico della nostra terra che unisce i romagnoli dentro e fuori dei limiti della loro “piccola patria”. Tentai nei primi anni della mia vita “paulistana” di dare vita alla piadina ma confesso di avere “fracassado” in quel tentativo di arginare il successo mondiale della pizza. Mi rifugiai nei vini e particolarmente nel sangiovese

13. Che ricordi ha della sua terra di origine?

Rapporti stretti, direi strettissimi. Non mi sono mai considerato un italo brasiliano, a partire dalla cittadinanza che ho conservato in pieno. Sono italiano con RNE come straniero e senza avere aderito a quella brasiliana.

Con la lettura giornaliera del Corriere della Sera a cui sono abbonato da quando é stampato qui e, prima, da quando veniva in carta aerea e poi in quella normale.

Con la lettura di libri italiani comprati via internet e che occupano la maggior parte della mia biblioteca. Con la collaborazione a periodici locali (La Piê in primo posto).


Fonte: intervista di Amauri Arfelli

 

Aldo Spallicci, la voce della Romagna. Amauri Arfelli intervista a San Paolo del Brasile il figlio Mario.

Gentili ascoltatori oggi parliamo di Aldo Spallicci, poeta, medico e divulgatore dell’anima e della cultura romagnola.

Ne parliamo con il figlio Mario, che vive a San Paolo del Brasile.


Ma prima ascoltiamo un profilo di Aldo Spallicci.

Aldo è nato nel 1886 a Santa Croce di Bertinoro, in provincia di Forlì. Le collaborazioni a riviste forlivesi e l’interesse al canto corale – cui voleva ridare vita accostando alle canzoni tradizionali nuove canzoni d’autore (celebre l’incipit di A gramadora, “Bëla burdëla fresca campagnola”) – mostrano già il carattere dell’anima di Spallicci: accanto al poeta, il divulgatore della cultura regionale, sia di quella popolare che di quella colta.

 Nel 1908 Aldo Spallicci pubblica la prima raccolta di versi in dialetto, Rumâgna. Il 1911 è l’anno del matrimonio con Maria Martinez, della nascita della primogenita Ada e della fondazione del quindicinale “Il Plaustro”, che dirigerà fino al 1914.

 L’anno successivo arrivano la laurea in Medicina, il lavoro a Ferrara e la partecipazione alla campagna di Grecia. Con La cavêia dagli anëll (1912) comincia a manifestarsi uno dei filoni chiave della sua poesia, il tema georgico-naturalistico.

Tra il 1912 e il 1913 è medico a Lugo, a Cervia e a Ravenna, finché, nel 1914, interventista di stampo democratico-mazziniano, parte volontario per Nizza nella Compagnia Mazzini. Medico volontario nel corso della 1^ Guerra Mondiale, diviene padre per altre due volte (Anna nasce nel 1915, Mario nel 1919) e continua a pubblicare (La zarladora è del 1918). Nel 1920 fonda La Piê, rivista che sarà interrotta dal regime fascista nel 1933 e rifondata solo nel 1946.

Dopo la caduta del fascismo si trasferisce a Milano Marittima, continuando la sua esistenza in prima linea, nella Resistenza prima, nella nuova Italia democratica e repubblicana poi: viene infatti eletto deputato alla Costituente nel 1946 e senatore (carica che ricopre dal 1948 al 1958) sempre nelle file del Partito Repubblicano. Continua l’attività culturale e poetica, fondando nel 1945 La voce di Romagna.

Il suo impegno intellettuale tornerà ancora più forte quando il poeta si stabilirà, libero dagli impegni parlamentari, alla Buscarola, villetta nel cuore della pineta di Cervia.

La moglie Maria muore nel 1967, la seconda figlia, Anna, nel 1972. Aldo Spallicci si trasferisce nello stesso anno a Premilcuore, dove si spegne il 14 marzo del 1973.

Passiamo ora la parola ad Amaurì Arfelli che ha intervistato il figlio Mario. Prima, due parole anche su Mario. Nato nel 1919 a Forlì, come abbiamo detto, è emigrato con la moglie in Brasile nel 1948. Vive a San Paolo, dove ha lavorato in un laboratorio farmaceutico, continuando a seguire le vicende dell’Italia e della Romagna, anche con prove intellettuali e poetiche.

Intervista a cura di Amauri Arfelli andata in onda il 3 maggio 2007 su Radio Emilia Romagna | Capitolo 58 di: Lo sguardo altrove, storie di emigrazione a cura di Claudio Bacilieri

Fonte: Radio Emilia-Romagna | Lo sguardo altrove 

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